Nuovo Macbook pro: La sfida di Apple

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Un mostro di tecnologia e potenza: così Apple ha definito il nuovo MacBook Pro, dichiarazioni che hanno sollevato un enorme numero di critiche, soprattutto tra i detrattori del Mac: “Costa troppo”, “La Touchbar è per bambini”, “Non è davvero Pro” e “Allo stesso si comprano due PC migliori” sono solo alcune delle obiezioni mosse da chi, forse tradito anche dal prezzo poco popolare, ha deciso che era meglio lasciare il nuovo portatile Apple nei negozi.

Abbiamo in redazione da un po’ di settimane il modello da 15”, e abbiamo scelto questo proprio per la presenza della configurazione più professionale rispetto alla versione da 13”: il cuore è un processore quadcore Core i7 Intel da 2.6 Ghz, mentre per la grafica all’interno dello chassis in alluminio è stato trovato spazio per una GPU discreta AMD Radeon Pro 450 con 2 GB di memoria GDDR5 dedicata. Una configurazione, la nostra, che parte da 2.799 euro e rappresenta il modello di ingresso della versione da 15”: qualcuno potrebbe dire che il prezzo è esagerato, ma in Italia per il modello precedente si spendeva una cifra analoga e a 2299 euro si portava a casa solo l’entry level con scheda video Intel integrata. Il nuovo MacBook Pro è un prodotto di rottura, forse la più grande rivoluzione mai fatta da Apple nel campo dei notebook: a Cupertino hanno cambiato praticamente ogni singolo elemento creando un prodotto totalmente rinnovato che, per le scelte fatte potrebbe non piacere a tutti. Ma andiamo con ordine.

 

Un vero portatile: solo il peso è da 15”

Il nuovo MacBook Pro da 15” si inserisce esattamente, come dimensioni, tra il modello da 13” dell’Air e il 15” della serie precedente. Sembra assurdo, ma l’Air è addirittura leggermente più spesso nella sua parte alta, segno che il lavoro di gestione degli spazi fatto da Apple è encomiabile. Nella borsa o nello zaino il nuovo modello non sembra affatto ingombrante, anzi, è assolutamente maneggevole grazie anche al peso ridotto. Sulla bilancia il MacBook Pro da 15” fa segnare 1.8 Kg, 200 grammi in meno rispetto ai modelli più vecchi, e qui esistono due scuole di pensieri, chi preferisce avere un prodotto potente ma compatto e leggero e chi invece avrebbe preferito 1 mm in più di spessore, 200 grammi in più di peso e una batteria più grande per un’ora in più di autonomia.

Con questo modello crediamo che Apple abbia trovato il giusto compromesso, perché la macchina nel suo corpo il alluminio Space Gray è perfettamente bilanciata negli spazi, dalla cornice attorno allo schermo fino ad arrivare alla disposizione di tastiera, speaker laterali e trackpad, che occupa gran parte della zona inferiore.

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Quattro connettori Thunderbolt 3.0: perché stiamo con Apple

Una delle scelte più criticate dei nuovi MacBook Pro è l’adozione, al posto delle USB classiche, di quattro porte Thunderbolt 3.0 che possono funzionare ciascuna come DisplayPort, porta di ricarica o porta USB 3.0. Apple ha scelto di eliminare ogni porta USB tradizionale per spingere l’adozione dell’USB Type C e questa scelta è pienamente condivisibile: la nuova GoPro Hero 5 usa USB Type C, gli smartphone usano ormai l’USB Type C e molti hard disk esterni iniziano ad usare il nuovo connettore. Non c’è ragione per restare ancorati ad un passato “lento”, e tutte le aziende dovrebbero iniziare non solo ad adottare la nuova soluzione, ma a fornire anche, con i prodotti, cavi USB Type C.

Abbiamo esplicitamente chiesto a Apple di non inviarci un adattatore USB, e nei primi giorni di prova questa scelta ci ha creato non pochi problemi, soprattutto nel trasferimento delle foto da una videocamera: alla fine abbiamo capito che, almeno per una fase di transizione un adattatore serve.

Anzi, forse più che un adattatore servono un paio di cavi da micro USB a Type C: la maggior parte delle periferiche usate tutti i giorni dispone comunque di un cavo che può essere sostituito. Più dell’USB classico ci sono mancati sul MacBook Pro lo slot per le memory card di tipo SD e il MagSafe: se qualcuno inciampa nel cavo sono alte le probabilità che il MacBook finisca a terra, con il rischio di danneggiare anche la porta stessa.

Lo spazio per lo slot di card invece c’era, e se da un lato può essere vero come dice Apple che l’utente tipo del modello da 15” non usa le SD Card, troppo consumer, come memorie è anche vero che sulla versione da 13” si poteva fare uno sforzo, magari su quella priva di TouchBar. In ogni caso Apple ha un vantaggio che i competitor non hanno: per ogni prodotto lanciato ci sono migliaia di produttori che realizzano prodotti aftermarket e accessori, e anche per i nuovi MacBook stanno uscendo docking per ogni esigenza dotate di tutte le porte che mamma Apple non ha messo. In ogni caso, a Cupertino, potevano ovviare al problema con una soluzione semplice e banale: una porta USB classica sul caricatore da 87 Watt di fianco a quella USB Type C. Così facendo si poteva non solo usare il caricatore del MacBook per ricaricare anche un iPhone, ma si poteva usare lo stesso caricatore come hub per le periferiche legacy: minima spesa massima resa.

Tastiera, schermo speaker e Touch Pad, migliora tutto

Abituati a scrivere, la prima cosa che proviamo solitamente di un portatile è la tastiera. Quella del MacBook Pro è derivata direttamente da quella del MacBook, un nuovo sistema di pressione butterfly che permette di realizzare tasti con bassissima escursione ma precisi e efficaci. Non siamo tifosi delle tastiere troppo piatte, ma se quella del MacBook non ci aveva impressionato per questa ci siamo dovuti ricredere. Dopo qualche ora di ambientamento le dita scorrono rapide sulla tastiera senza troppi errori: il polpastrello scivola sui tasti riuscendo sempre a premere il bottone giusto, e difficilmente schiacciamo due tasti insieme. L’ergonomia è davvero buona, l’ampio trackpad non disturba più di tanto e la digitazione ci restituisce una sensazione di naturalezza unica per una tastiera così fine. Il merito è anche dal feedback acustico, molto meccanico: anche se i tasti sono in rilievo per soli 0.3mm, battendoli si avverte distintamente quel tipico “ciak” delle tastiere meccaniche.

Buona anche la resa audio degli speaker ai lati della tastiera: sono piccoli, ma godono di sufficiente dinamica e di una resa che per un notebook è superiore alle media.

Da elogiare anche il trackpad: rispetto ai modelli precedenti è enorme e permette di coprire senza staccare il dito l’intero schermo. Il sistema di palm rejection funziona bene, e non abbiamo avuto nessun problema appoggiando le mani al trackpad durante la digitazione.

Chiudiamo con lo schermo, 15” Retina da 2880×1800: siamo davanti ad uno schermo simile a quello usato sui modelli precedenti ma migliorano luminosità, contrasto e soprattutto gamut, con Apple che si adegua ad iPhone e iPad Pro aggiungendo il supporto allo spazio colore Display P3. Ben fatta la calibrazione dello schermo, soddisfacente nel 90% dei casi: bene l’sRGB, migliorabile il profilo P3.

La Touch Bar non è “pro”, è per tutti 

Apple è furba, molto furba: la Touch Bar, quella piccola striscia OLED da 2170 x 60 pixel posizionata al posto dei tasti funzione, non è solo utile ma è anche incredibilmente magnetica: chi la vede e la prova, soprattutto in un negozio, non ci penserà due volte a spendere i 350 euro in più che servono per il modello dotato di Touch Bar. “Rivoluzionaria”, è questo quello che abbiamo pensato quando Apple ha lanciato il nuovo MacBook Pro e oggi, dopo qualche settimana d’utilizzo, non possiamo che confermare quanto detto: la Touch Bar in moltissimi casi ci ha offerto scorciatoie rapide per azioni che prima richiedevano l’uso del mouse.

Ci siamo resi conto, tuttavia, che forse questa feature è meno “pro” di quanto si pensi: la TouchBar serve più all’utente amatoriale che al professionista. Quest’ultimo infatti conosce alla perfezione i suoi strumenti di lavoro, e potrebbe trovarsi a disagio di fronte all’eliminazione dei tasti funzione fisici: il “pro” non ha bisogno di icone e neppure di slider o tasti aggiuntivi, ma solo di una buona tastiera ergonomica che gli permetta di impartire velocemente i comandi senza errore e possibilmente guardando solo lo schermo. Chi scrive guardando i tasti, chi non conosce le shortcut dei programmi e chi usa un notebook in modo variegato, senza un set di programmi fissi, troverà invece enormi vantaggi nell’uso di questo strumento.

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Sotto l’aspetto pratico il feedback è ottimo: ben visibile a 45°, la Touch Bar ha una finitura leggermente opaca che ricorda un po’ quella dei tasti, grazie anche ad una luminosità non eccessiva e a colori non troppo accesi. Particolare il rivestimento: basta passare il dito sulla superficie per rendersi conto della facilità con cui scorre, al contrario dei display touch degli smartphone che un minimo di resistenza la offrono.

L’utente può personalizzare questo strumento come meglio crede, e ovviamente quest’ultimo si adatta dinamicamente a seconda dell’applicazione e anche all’interno dell’applicazione stessa, mostrando i comandi possibili a seconda delle opzioni scelte. Ad oggi la maggior parte delle applicazioni Apple sono ottimizzate per l’utilizzo con la Touch Bar: alcune in modo impeccabile, come Final Cut e Garage Band, altre un po’ meno, come iMovie. In ogni caso il range di possibilità offerte è sorprendente, e lo notiamo quando usiamo ad esempio Pages o Numbers: la barra sembra quasi aver capito quali sono le opzioni che ci servono e ce le mostra, senza doverle andare a cercare.

L’utilità si riduce ovviamente nel momento in cui si usano app di terze parti, molte delle quali sono ancora prive di supporto: si tratta solo di aspettare. Scavando nelle configurazioni di sistema l’utente scoprirà moltissime modalità di utilizzo e configurazione di questa barra, e grazie ad una serie di utility di terze parti nei prossimi mesi le possibilità aumenteranno ulteriormente. Qualcuno, anche in redazione, si è chiesto perché mai sulla Touch Bar non vengano ad esempio visualizzati i widget, ma in realtà leggendo le linee guida di Apple sul design delle app si capisce che la barra può essere usata esclusivamente come “periferica di input” e non come display: ogni elemento visualizzato dev’essere un tasto o un trigger di qualche tipo. Niente paura quindi, non verrà usata per mostrare pubblicità.

GPU poco potente, le memorie sono dei fulmini

La dotazione hardware è stata forse quella più bersagliata dalle critiche: al centro del mirino il processore scelto, l’impossibilità di ordinare una soluzione con 32 GB di RAM e la scelta di AMD al posto di NVIDIA. Per tutte queste scelte c’è ovviamente una spiegazione logica: Apple ha scelto un processore Intel della generazione Sky Lake perché i Kaby Lake saranno presentati solo a Las Vegas e soprattutto perché, almeno sul modello da 15”, le differenze prestazionali tra i due processori non dovrebbero essere tali da dover giustificare una attesa e un rinvio. Se pensiamo che i vecchi MacBook Pro da 15” avevano a bordo processori Haswell, i nuovi modelli possono ritenersi ugualmente un buon upgrade rispetto al passato: più che la CPU in se, infatti, a questo livello contano più le memorie, la velocità del disco SSD e la sezione video discreta, in questo caso la Radeon Pro 450 con 2 GB di RAM DDR5 dedicata.

Apple qui ha dovuto prendere una decisione difficile: per poter gestire 2 schermi 5K oltre allo schermo integrato infatti è stata costretta a eliminare la configurazione base, quella con scheda video Intel Iris Pro: una scelta che ha alzato il prezzo medio del MacBook e ha anche penalizzato leggermente chi utilizza il portatile soprattutto come portatile, e non come “workstation” agganciato a schermi esterni e a RAID tramite adattatore Thunderbolt.

Quando si collega al nuovo MacBook Pro uno schermo 5K come l’ottimo LG presentato infatti insieme al portatile quello che l’utente sta guardando non è un unico flusso video ma sono due flussi uniti tra loro: lo standard DisplayPort 1.2 infatti non ha banda a sufficienza per un segnale 5K a 60 Hz, e Apple ha dovuto risolvere la cosa inviando due segnali distinti su un singolo cavo Thunderbolt 3. Collegando due monitor 5K, e tenendo acceso lo schermo principale, servono quindi ben 5 canali: la GPU Intel integrata ne può gestire solo 3, mentre invece il processore AMD Polaris può gestirne fino a 6. Ecco spiegato quindi perché sul modello da 13”, che non dispone di scheda discreta, si può gestire solo uno schermo 5K. Apple avrebbe potuto utilizzare una GPU NVIDIA, ma si sarebbe dovuta far realizzare dal produttore di Santa Clara un prodotto ad hoc con consumo ridotto (la GPU Pascal più lenta consuma il doppio rispetto a quella usata sul MacBook) e avrebbe dovuto anche fare i conti con la presenza sulle schede NVIDIA del più nuovo DisplayPort 1.3, incompatibile con la maggior parte dei monitor in commercio ancora basati sulla vecchia versione.

Qui sicuramente Apple poteva fare di meglio, ma nella storia dei MacBook non sono mai state utilizzate soluzioni grafiche potentissime: la scheda AMD Radeon Pro 450 è una scheda di fascia media, sicuramente offre prestazioni superiori rispetto alla GPU integrata Intel, ma non è una scheda video da prodotto di fascia alta. Per finire resta la questione legata alla memoria: nessuna configurazione può essere richiesta con 32 GB di memoria perché i MacBook Pro utilizzano memorie di tipo LPDDR3, ovvero Low Power. Una soluzione questa che permette di arrivare massimo a 16 GB: le alternative sono le DDR4, ma avrebbe consumato molto di più (5 watt al posto di 1.5 watt), o le LPDDR4, che non sono però supportate dal processore Intel. D’altra parte se Apple avesse potuto offrire come optional la costosa opzione 32 GB sicuramente l’avrebbe fatto: se non lo ha fatto un motivo c’è. Invidiabile invece la velocità del disco SSD: la versione da 256 GB sul nostro modello raggiunge i 2.7 GB/s in lettura e gli 1.4 GB/s in scrittura, il modello da 512 GB è sicuramente più veloce.

Attenti all’autonomia: arrivare a 10 ore è difficile

Quando si va a toccare un argomento come l’autonomia le variabili sono tante, soprattutto in un prodotto come il MacBook che guadagna tantissimo se vengono usate applicazioni ottimizzate. Inutile dire che la ricetta per far durate la batteria di più è quella di usare le app Apple: se con Safari, Mail e Pages siamo riusciti bene o male a toccare le 8.30 ore di utilizzo con una luminosità dello schermo modesta, basta passare a Chrome e Office per scendere a circa 6 ore e mezza. Lo stesso Final cut è decisamente più ottimizzato di Adobe Premiere, e permette di guadagnare qualcosa facendo editing in mobilità. Il modello da 15” deve poi fare i conti con la scheda grafica discreta AMD, che consuma decisamente di più della Intel HD 530 di base: questa configurazione è sicuramente rivolta ad un utilizzo più statico, con il notebook collegato all’alimentazione.

Il problema di Apple non è il 15”, ma il modello più piccolo (che costa troppo)

Prima di arrivare alle conclusioni, vogliamo fare una piccola panoramica su quella che oggi è l’offerta di MacBook Apple. Il MacBook Air è morto, inutile girarci attorno: Apple lo ha lasciato a listino per avere un portatile dal prezzo di ingresso conveniente, ma con un hardware ormai datato l’Air ha di buono solo l’autonomia, il peso e il prezzo. Chi lo compra oggi dev’essere consapevole che sta comprando un prodotto che tra massimo un anno sparirà dal listino, e questo succederà quando Apple abbasserà il prezzo del MacBook Pro senza TouchBar rendendolo più conveniente. Chi vuole un portatile Apple nuovo oggi deve spendere 1.749 euro, questo il prezzo del MacBook Pro da 13” d’ingresso: tanto, soprattutto se a 350 euro in più c’è il modello potenziato con TouchBar, una chicca adatta forse ad un utente più casual che ad un vero “pro”. Come abbiamo scritto infatti poco più sopra crediamo che la TouchBar sia più indicata agli utilizzatori occasionali del Mac, coloro che usano svariate app senza conoscerne le varie scorciatoie da tastiera. Il vero utente “pro”, colui che passa il 90% del suo tempo su una serie ben specifica di applicazioni, sicuramente conosce a memoria le varie combinazioni di tasti e non ha bisogno di ricorrere ai suggerimenti della barra OLED.

Apple con la nuova gamma di notebook Pro ha quindi lasciato un enorme buco nella parte bassa: da una parte i modelli da 13” costano troppo, e soprattutto sono troppo vicini come prezzo, dall’altra sparisce il 15” con grafica integrata e si parte con il più costoso modello con GPU discreta. Il modello da 15”, quello da noi provato, è assolutamente allineato ai 2699 euro richiesti per il modello che questi MacBook vanno a sostituire, ma resta un prodotto per pochi.

Fonte http://www.dday.it/

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